frieze
Nel mese di ottobre scorso
abbiamo fatto un’incursione di ventiquattro ore a Londra per Frieze. Ne
è uscito qualche appunto che ha preso troppo velocemente la forma di un
malcerto articolo. Forse un po’ confuso, impressionistico, troppo
personale e, ci dicono, ombelicale. Così, giustamente, è rimasto nei
cassetti dell’intransigente Rolling Stone. Postdatato. Sgangherato. Il post però non dista troppo da un ritratto sfumato di quello che ci ha regalato nel 2008 certa arte, anzi, il mercato dell’arte...
Kathy Sciorino ha fianchi larghi, labbra carnose e un seno voluttuoso. Una splendida pin-up degli anni trenta se non fosse per l’irregolarità del viso. Si fa guardare, maliziosa. Indossa short di jeans e un top a stelle e strisce. Si sfiora. E sfiora una mustang gialla 1967, in condiziona perfette. La Mustang e Kathy roteano su di un piedistallo, divorate dagli sguardi. Siamo a Frieze e questa è l’opera – o meglio, mai come in questo caso definizione più appropriata, “il lavoro” - che ha sublimato lo scambio perverso tra mercato dell’arte e desiderio di affermazione sociale. È di Richard Prince, artista che da anni media e mitografa genialmente la cultura visuale USA e che fino al 9 gennaio ha una retrospettiva al Guggenheim di New York.
Lo sapevamo, l’abbiamo sempre saputo: donne e motori continuano a funzionare, nonostante (o anche grazie a) le fiammate di femminismo di ritorno. Anche Frieze funziona. Nata dall’intuizione della rivista d’arte più patinata in circolazione, Frieze appunto, la fiera in pochi anni ha catalizzato tutte le spore di fashion e di glamour che covavano nel vecchio continente. A Regent’s Park, sotto una tenda bianca di sapore papale ma anche da matrimonio di lusso, c’è il corpo nudo che anima di questi tempi il mercato dell’arte. Folla. Molta. Tanta da rendere atroce la visita di ogni stand. Si sgomita. Si suda. Si gira a vuoto. Sembra un mercatino di lusso. L’artista Rob Pruitt e il suo gallerista Gavin Brown, vecchie volpi, lo sapevano bene. E invece di uno stand di opere d’arte hanno allestito una sorta di suk confuso, dove ogni angolo è occupato da oggetti usati o customizzati, d’artista chiaramente. Dalle maglie di cashmere di Zoltar ai telecomandi firmati di Tony Oursler. Grande intuizione. E una buona istantanea della vita degli oggetti nelle filiere del ciarpame per parvenu. Non a caso, a Frieze, i cessi sembrano disegnati dalla redazione di Monocle. Nei corridoi sfavilla d’improvviso il pallore di The Streets, seguito da una troupe video. Ancora un’immagine impeccabile. Basta la sua presenza per infrangere ogni pretesa elitaria della fiera, e dell’arte in generale. Tutto è uno splendido calderone popolare coccolato da un palinsesto di eventi culturali con troppe pretese. Di Frieze alla fine ci restano due immagini, oltre al cangiante splendore metaforico di Price: l’opera bislacca ed immaginifica di Mike Nelson da Franco Noero - altra coppia artista/gallerista che ravana con acume visionario negli immaginari - e lo stand triste-chic della galleria The Fair. È lì che, dentro un armadio a muro di Kathrin Sonntag, stretti coscienziosamente a visionare un suo improbabile super8, si infratta con noi Massimiliano Gioni, il più glam dei curatori, in fuga da un qualche abbordaggio. All’uscita da Houdini nerd del terzetto italiota e appena prima di vederlo imboscarsi ai bagni di fronte è inevitabile la domanda della fidanzata. No, non eravamo dentro lì a limonare.
Comunque… Noi a Frieze ovviamente andiamo esclusivamente per i party. L’arte si può guardare anche altrove. Abbiamo una sola notte a disposizione. E ci giochiamo la carta degli italiani. Lapo Elkann presenta una collezione di design negli spazi di Philipps, casa d’aste di grido. Champagne, volti di highlander scolpiti dai bisturi e qualche celebrità. Come la sgangherata Amy Winehouse, che immediatamente ci riconosce. E soprattutto come l’artista Marco Perego. Già giocatore del Venezia Calcio, oggi animatore della scena post-little italy a New York, con un look à la Raz Degan ed ottime entrature nelle enclavi della classe creativa e dirigente del paese sull’asse Milano-Torino. Ed è sempre più chiaro ormai: abbiamo inventato un format disastroso, una cosa tipo le Cinque Variazioni di Lars Von Trier. Il tempo corre e non abbiamo molta scelta. Finiamo alla cena di Artforum. Antica rivista concorrente di Frieze, è la voce del mercato dell’arte più istituzionale e raffinato. A cena ci sono tutti gli inserzionisti e i collaboratori. Ci infiliamo. È open bar. I ricordi sfumano. Nessun suono in particolare, ma neppure buon noise. Ci resta l’impressione di una mancanza di centro. Di equilibrio. Tutto accelera. “This is not a bar” è da qualche parte dietro Brick Lane. Camminiamo in una zona industriale, poi, dal nulla, si stagliano un paio di edifici a due piani mal ridotti. Al pian terreno c’è una vetrina. Dentro un camino acceso, un paio di divani, sgabelli e un bancone. Qualche candela illumina sguardi persi nel vuoto. Una ragazza spilla birra. Un vecchio con la pella nera e la barba bianca dorme stravaccato su un divano. Un ghetto-blaster è sintonizzato su una radio pirata e suona techno ad un volume accettabile per ballare. Ma nessuno balla. E nessuno parla. Il figlio quarantenne del nero impenna con un BMX e sventola una mazza da golf. Raccoglie i vuoti di bottiglia e poi li colpisce violentemente con uno swing delizioso sul ciglio della strada. L’artista Giulio Frigo inserisce con souplesse nel CD player Everybody must get stoned. Tutti cantano. O meglio, biascicano. Ma nessuno ci offre nulla. Alziamo il culo. Telefoniamo ai nostri fixer. Suona vuoto. Nessuno sa dirci dove si balla a Londra. Finiamo a casa di chi ci deve ospitare. 15 mq. Siamo in quattro, e non c’è traccia di Kathy Sciorino. Ma siamo a Shoreditch. E forse paga RS. O forse no. Ci infiliamo in un design hotel con ben quattro portinai ad aspettare clienti alle quattro di notte. Ha un’impensabile convenzione con Pret-à-manger. È così che la colazione arriva sotto forma di un sacchetto di carta appeso alla maniglia. Dentro, una banana e uno yogurt. Roba da Sanford&son. Se solo ci fosse stata anche la carota sbucciata frettolosamente dalla mamma, il tuffo nelle pause merenda delle elementari sarebbe stato filologico. Sono le 9. Ci pensiamo un attimo. Qualcosa, forse, si è fermato. Da Frieze, la fiera più cool, non emerge granché. Nessuna scintilla di immaginario, né gusti al limite ed inaspettati o spinte generazionali inverosimili. Ma forse è meglio così. È più rassicurante. Per tutti. Andiamo a fare colazione, quella vera, negli scantinati del Courtauld Institute of Art, al caffè. E, anche se solo per un attimo e nemmeno del tutto in presenza dell’Arte, ci sentiamo finalmente fuori luogo. E un po’ a disagio, vivaddio.
A/L L/M



