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27/12/07

frieze

Nel mese di ottobre scorso abbiamo fatto un’incursione di ventiquattro ore a Londra per Frieze. Ne è uscito qualche appunto che ha preso troppo velocemente la forma di un malcerto articolo. Forse un po’ confuso, impressionistico, troppo personale e, ci dicono, ombelicale. Così, giustamente, è rimasto nei cassetti dell’intransigente Rolling Stone. Postdatato. Sgangherato. Il post però non dista troppo da un ritratto sfumato di quello che ci ha regalato nel 2008 certa arte, anzi, il mercato dell’arte...
Kathy Sciorino ha fianchi larghi, labbra carnose e un seno voluttuoso. Una splendida pin-up degli anni trenta se non fosse per l’irregolarità del viso. Si fa guardare, maliziosa. Indossa short di jeans e un top a stelle e strisce. Si sfiora. E sfiora una mustang gialla 1967, in condiziona perfette. La Mustang e Kathy roteano su di un piedistallo, divorate dagli sguardi. Siamo a Frieze e questa è l’opera – o meglio, mai come in questo caso definizione più appropriata, “il lavoro” - che ha sublimato lo scambio perverso tra mercato dell’arte e desiderio di affermazione sociale. È di Richard Prince, artista che da anni media e mitografa genialmente la cultura visuale USA e che fino al 9 gennaio ha una retrospettiva al Guggenheim di New York.

Lo sapevamo, l’abbiamo sempre saputo: donne e motori continuano a funzionare, nonostante (o anche grazie a) le fiammate di femminismo di ritorno. Anche Frieze funziona. Nata dall’intuizione della rivista d’arte più patinata in circolazione, Frieze appunto, la fiera in pochi anni ha catalizzato tutte le spore di fashion e di glamour che covavano nel vecchio continente. A Regent’s Park, sotto una tenda bianca di sapore papale ma anche da matrimonio di lusso, c’è il corpo nudo che anima di questi tempi il mercato dell’arte. Folla. Molta. Tanta da rendere atroce la visita di ogni stand. Si sgomita. Si suda. Si gira a vuoto. Sembra un mercatino di lusso. L’artista Rob Pruitt e il suo gallerista Gavin Brown, vecchie volpi, lo sapevano bene. E invece di uno stand di opere d’arte hanno allestito una sorta di suk confuso, dove ogni angolo è occupato da oggetti usati o customizzati, d’artista chiaramente. Dalle maglie di cashmere di Zoltar ai telecomandi firmati di Tony Oursler. Grande intuizione. E una buona istantanea della vita degli oggetti nelle filiere del ciarpame per parvenu. Non a caso, a Frieze, i cessi sembrano disegnati dalla redazione di Monocle. Nei corridoi sfavilla d’improvviso il pallore di The Streets, seguito da una troupe video. Ancora un’immagine impeccabile. Basta la sua presenza per infrangere ogni pretesa elitaria della fiera, e dell’arte in generale. Tutto è uno splendido calderone popolare coccolato da un palinsesto di eventi culturali con troppe pretese. Di Frieze alla fine ci restano due immagini, oltre al cangiante splendore metaforico di Price: l’opera bislacca ed immaginifica di Mike Nelson da Franco Noero - altra coppia artista/gallerista che ravana con acume visionario negli immaginari - e lo stand triste-chic della galleria The Fair. È lì che, dentro un armadio a muro di Kathrin Sonntag, stretti coscienziosamente a visionare un suo improbabile super8, si infratta con noi Massimiliano Gioni, il più glam dei curatori, in fuga da un qualche abbordaggio. All’uscita da Houdini nerd del terzetto italiota e appena prima di vederlo imboscarsi ai bagni di fronte è inevitabile la domanda della fidanzata. No, non eravamo dentro lì a limonare.

Comunque… Noi a Frieze ovviamente andiamo esclusivamente per i party. L’arte si può guardare anche altrove. Abbiamo una sola notte a disposizione. E ci giochiamo la carta degli italiani. Lapo Elkann presenta una collezione di design negli spazi di Philipps, casa d’aste di grido. Champagne, volti di highlander scolpiti dai bisturi e qualche celebrità. Come la sgangherata Amy Winehouse, che immediatamente ci riconosce. E soprattutto come l’artista Marco Perego. Già giocatore del Venezia Calcio, oggi animatore della scena post-little italy a New York, con un look à la Raz Degan ed ottime entrature nelle enclavi della classe creativa e dirigente del paese sull’asse Milano-Torino. Ed è sempre più chiaro ormai: abbiamo inventato un format disastroso, una cosa tipo le Cinque Variazioni di Lars Von Trier. Il tempo corre e non abbiamo molta scelta. Finiamo alla cena di Artforum. Antica rivista concorrente di Frieze, è la voce del mercato dell’arte più istituzionale e raffinato. A cena ci sono tutti gli inserzionisti e i collaboratori. Ci infiliamo. È open bar. I ricordi sfumano. Nessun suono in particolare, ma neppure buon noise. Ci resta l’impressione di una mancanza di centro. Di equilibrio. Tutto accelera. “This is not a bar” è da qualche parte dietro Brick Lane. Camminiamo in una zona industriale, poi, dal nulla, si stagliano un paio di edifici a due piani mal ridotti. Al pian terreno c’è una vetrina. Dentro un camino acceso, un paio di divani, sgabelli e un bancone. Qualche candela illumina sguardi persi nel vuoto. Una ragazza spilla birra. Un vecchio con la pella nera e la barba bianca dorme stravaccato su un divano. Un ghetto-blaster è sintonizzato su una radio pirata e suona techno ad un volume accettabile per ballare. Ma nessuno balla. E nessuno parla. Il figlio quarantenne del nero impenna con un BMX e sventola una mazza da golf. Raccoglie i vuoti di bottiglia  e poi li colpisce violentemente con uno swing delizioso sul ciglio della strada. L’artista Giulio Frigo inserisce con souplesse nel CD player Everybody must get stoned. Tutti cantano. O meglio, biascicano. Ma nessuno ci offre nulla. Alziamo il culo. Telefoniamo ai nostri fixer. Suona vuoto. Nessuno sa dirci dove si balla a Londra. Finiamo a casa di chi ci deve ospitare. 15 mq. Siamo in quattro, e non c’è traccia di Kathy Sciorino. Ma siamo a Shoreditch. E forse paga RS. O forse no. Ci infiliamo in un design hotel con ben quattro portinai ad aspettare clienti alle quattro di notte. Ha un’impensabile convenzione con Pret-à-manger. È così che la colazione arriva sotto forma di un sacchetto di carta appeso alla maniglia. Dentro, una banana e uno yogurt. Roba da Sanford&son. Se solo ci fosse stata anche la carota sbucciata frettolosamente dalla mamma, il tuffo nelle pause merenda delle elementari sarebbe stato filologico. Sono le 9. Ci pensiamo un attimo. Qualcosa, forse, si è fermato. Da Frieze, la fiera più cool, non emerge granché. Nessuna scintilla di immaginario, né gusti al limite ed inaspettati o spinte generazionali inverosimili. Ma forse è meglio così. È più rassicurante. Per tutti. Andiamo a fare colazione, quella vera, negli scantinati del Courtauld Institute of Art, al caffè. E, anche se solo per un attimo e nemmeno del tutto in presenza dell’Arte, ci sentiamo finalmente fuori luogo. E un po’ a disagio, vivaddio.

A/L  L/M

28/11/07

Milano, segni urbani I

Ci sono segni che ti scivolano dentro senza che te ne accorga. Semplicemente si insinuano sottopelle. E, amorevolmente, ti vandalizzano la memoria.
Non certo quella di un luogo. La tua.
Spesso non sono monumentali. Ma - come un monumento leggero e vaporoso - segnano lo spazio, dialogano con il loro tempo e mantengono comunque un pungente significato pubblico, oltre che una sfacciata funzione testimoniale.
Si appoggiano delicatamente. E neutralizzano.
Polverizzano il peso armato della monumentalità e la sfondano. La spingono letteralmente sullo sfondo e si impossessano del soggetto di un frame urbano, di un'immagine.
Non-monumenti. Ma altre forme di monumento possibile.
Segni che, di fatto, ridisegnano  le geografie personali e contemporaneamente l'immaginario urbano presente.
Molto raramente un'immagine racconta tutto, o quasi tutto, dell'immaginario di una città in tutte le sue stratificazioni. Di vuoti, di densità, di storia e di senso.
Questa sì. Ed è flagrante
Milano, 2007.
Dumbo teach

A/L

23/11/07

Artissima, immaginari e pantere

A cosa serve una fiera d’arte contemporanea? A vendere, nessun dubbio. Che poi possa avere altre funzioni, certamente secondarie anche se non meno importanti, è altra questione. Artissima a Torino quest’anno stava al centro di un reticolato economico-culturale piuttosto articolato. Si potrebbe riflettere su molti aspetti, dalla lungimiranza degli enti locali che mettono in rete istituzioni e proposte fra loro diverse (ma in termini di consumo cultural-generazionale potenzialmente coerenti) – come, appunto, Artissima e il  festival dance Club to Club – sino allo stato di vita e alla fase che quelle stesse produzioni artistiche attraversano. È da questa prospettiva che proviamo, concentrandoci sull’arte contemporanea, a fare un veloce bilancio a partire da Artissima. Note sparse: la fiera è perfetta, qualità generale medio-alta, proposte allineate con i trend emersi nelle rassegne espositive di punta lungo l’anno. Artissima non è però un buono spazio per le mostre, almeno finchè gli spazi espositivi non saranno separati e curati nell’allestimento. Le mostre, come Constellations, a cura di Marc-Olivier Wahler (direttore del Palais de Tokyo di Parigi) e Daniel Birnbaum (direttore di Portikus a Francoforte) o le rassegne video finiscono per sembrare “parassitare” la sequenza degli stand, rimanendo però sostanzialmente mimetizzata e schiacciate dal contesto. Una fiera può regalare comunque sempre un’ottimo servizio, che è dare un’idea dei gusti di una nuova generazione, degli immaginari delle leve emergenti, delle ossessioni di artisti provenienti da aree culturali non notissime. Su questo - ma come già un mese prima a Frieze a Londra - le acque sembrano però ferme. Ottimi allestimenti (spiccano Noero, Rubenstein e Zero) ma nessun vero strappo ad un gusto diffuso. E nessun segno particolare di comportamenti o immaginari che raccontino mondi non ancora noti… Ci si sente moderatamente soddisfatti, come in una situazione di stabilità accettata e di consenso diffuso. Neppure particolarmente sotto pressione, nè in una zona verde: da fuori non filtrano forma di ostilità veramente interessanti o umori di malessere. È passando alla Fondazione Rebaudengo però che qualcosa di imprevisto sembra quantomeno esistere. Ed è il video – o quel che ne resta, se ancora lo si può definire così - il medium che regala sensazioni inaspettate e squarci sotto la pelle della convenzione nella congiuntura creativa presente…
A più di un anno di distanza è chiaro che Zidane, il film a due mani di Douglas Gordon e Philippe Parreno non è stato solo visionario, ma, sotto forma di installazione a due schermi, esplode tutta la sua dirompente plasticità. È la conferma che lavorare sui grandi stereotipi dell’immaginario è complesso, ma anche che scavare sotto le pieghe della rappresentazione può regalare sintonie con la grande tradizione dell’arte contemporanea tanto quanto illuminare le zone d’ombra più buie del comportamento umano. Zidane è scultura, è monumento. E le questioni in gioco sono sempre quelle: postura, peso, modo di segnare lo spazio (e quindi “il campo”), dimensione storica, politica e sociale. Poi, quasi ormai riempiti, ti capita di entrare in un black box attirati da un rombo. È buio pesto. Tre punti bianchi brillanti, si muovono insieme. Il suono è devastante, terrificante. Qualcosa ansima nell’oscurità, soffia, ringhia. È terrore, o comunque tensione. La dentro, da qualche parte, calata nel nero, c’è una pantera. E ruggisce. Perché ti sta sentendo. E tu vorresti uscire, ma non puoi, medusato dalla vertigine del terrore e del fascino. Los paseos del enemigo, dell’artista messicano Miguel Caldèron, è un’opera semplice. Ma è un capolavoro. Perché innesca ricordi di cinema, fra Tourneur e la Kinski, ed evoca sensazioni pure. Ma soprattutto racconta, meglio di ogni altra opera ed in modo semplicemente devastante, la più emozionante e terribile delle condizioni presenti. La paura. La paura di ciò e soprattutto di chi sai riconoscere  e credi di conoscere. Ma che, in realtà, non conosci per niente.
A/L

30/10/07

Creative China, Shenzhen

Sono arrivato a Shenzhen. Sono in un quartiere che fino agli anni ottanta non esisteva. Poi era industriale e adesso si sta ristrutturando con la retorica dei distretti creativi. Sono sorpreso, ingenuamente. Affascinato da quanto planner, developer e politici siano consapevoli dei processi intorno a cui le città stanno cambiando. E da quanto velocemente questa città cambia.Ma poi leggo che Hu Jintao in uno speech al congresso del 17th Congress of The Communist Communist Party (via Matteo Pasquinelli su my-ci) dice:

"Culture has become a more and more important source of national cohesion and creativity and a factor of growing significance in the competition in overall national strength," We must "enhance culture as part of the soft power of our country to better guarantee the people's basic cultural rights and interests". E ancora propone di “vigorously develop the cultural industry, launch major projects to lead the industry as a whole, speed up the development of cultural industry bases and clusters of cultural industries with regional features, nurture key enterprises and strategic investors, create a thriving cultural market and enhance the industry's international competitiveness.”

A Shenzhen riempiono il ventre industriale di un’area dove la Konka produce televisori con musei e Biennali, studi di artisti e designer, ristoranti e tea house minimali. Sembra di passeggiare in una Chelsea tropicale, verdissima. Manufatti industriali impacchettati con vetro e ferro. Justin O’Connor e Ned Rossiter hanno raccontato quello che succede in Cina da qualche anno con le industrie culturali. Ma non immaginavo che fossero le forze propulsive di interi pezzi di città . Lo sono con cinismo, mi sembra di capire dalle prime chiacchiere con developer e creativi. Ma se a Pechino e Shanghai i quartieri creativi si sono generati quasi spontaneamente, insieme a una bella bolla speculativa sugli artisti che li animano, a Shenzhen c’è una strategia precisa. Top-down.

Ne parlo con Yan Meng, partner di urbanus, che ha curato il master plan dell’area OCT loft e il  nuovo museo di arte contemporanea nel centro della città. Lui è un modernista, e forse in Cina non puoi fare altro che esserlo tanto pervasivo è l’ambiente urbano. Ci crede, insomma. Crede di cambiare molte cose con l’architettura. Ma non crede che pure i quartieri culturali si possano costruire da zero. Il contesto è quello di una città che da tre anni ospita l’ “International Cultural Industry Fair” e di una provincia, quella di Guanddong, che ha sviluppato un piano per trasformare l’economia urbana attraverso l’industria creativa in dieci anni. Interventi massicci di supporto per industrie e developer sul modello inglese.

OCT loft si staglia tra fabbriche  dove gli operai hanno polo arancione o blu. Qua e la ci sono invece cinesi alla moda. Nel mezzo non c’è nulla se non un ostello della gioventu e abitazioni per la middle class.. Yan Meng vorrebbe disseminare il quartiere con aule di una scuola di design. Ma i developer hanno già spinto gli affitti molto in alto, e non c’è speranza di attirare economie informali con artisti, studenti. Tutto è regolato daiprezzi della speculazione edilizia. E la produzione culturale ne risente, incastrata tra gli uffici di corporate design e le mostre per arredare le case. Lo sfondo della città produce invece altro. Le cose che ho sentito ad oggi sono oscure e magmatiche. Suoni durissimi, di resistenza. Si producono altrove, non in questo distretto creativo, ma in quartieri dove l’affitto costa nulla. Mangi con nulla. E percepisci la solita spaccatura tra geografie artificiali e spontanee. A questa osservazione Yang replica che Shenzhen è una città di 25 anni. Non è artificiale, semplicemente ha un rapporto con il tempo e lo spazio differente. E’ un luogo sradicato dalla storia, dalla nostra storia, e ad oggi non puoi fare altro che seguire la sua velocità. Ma in questa corsa sembra che il posto per la cultura sia semplicemente strumentale.

L/M

CATEGORIE: Creatività, Dal mondo

25/09/07

Warhol Economy

Warhol Economy, è questo il titolo dell’ultimo libro che sta scatenando le fantasie dei policy maker e dei giornalisti negli Stati Uniti. E’ un saggio intorno all’economia culturale di New York (Princeton, 2007). Se la trovata di usare il nome di Warhol è geniale, e probabilmente lui stesso approverebbe (ci chiediamo invece se il trust che ne controlla i diritti chiederà una fee), il costrutto teorico risulta meno brillante. Ma di certo riesce a spostare in avanti in discorso sulla classe creativa di Florida. La scusa del saggio, scritto da Elisabeth Currid, è di guardare  al funzionamento e l’impatto dell’economia culturale a NY. Lo fa con i numeri, ma soprattutto narrando la vita culturale della città attraverso le storie dei suoi protagonisti.

Suggerisce che oggi sia l’appartenenza ad una scena a dare valore a un prodotto culturale, e a decretarne il successo. Probabilmente non ha tutti i torti, soprattutto quando parliamo di fenomeni  mediatici e ciclici come il fashion o l’arte. Lo scorso weekend ero alla cena di presentazione della prima mostra a Los Angeles di Dash Snow, scapestrato artista di New York che vende per decine di migliaia di dollari: non ho visto un collezionista. C’erano solo gatekeeper e artisti. La cena la pagava Javier Peres, gallerista di base a LA e Berlino.

Currid suggerisce che il successo di un prodotto culturale è anche una delle leve per il successo dell’economia urbana. Riflettere su come favorire l’innovazione in questo ambiente  e su come creare valore in ambito culturale,  diventa quindi chiave per i policy maker che lavorano sulla competitività delle città.Warhol, secondo la Currid, ha pure fatto intravedere come il confine tra le tante professioni in campo culturale sia evanescente, essendo le famiglie professionali fortemente interconnesse nel processo produttivo. Cosi come lo sono i prodotti, ancorati alla stessa dimensione semiotica. Non è sufficiente analizzare un singolo settore, dobbiamo guardare la dimensione sociale dove chi ci lavora è immerso.

Suggerisce di guardare tra le scene culturali che danno forma a fashion, musica, editoria, pubblicità, advertising.In questo contesto la dimensione geografica di NY sembra essere vincente, perchè garantisce densità e un continuo scambio di informazione tra i diversi attori. La  lettura della Currid è piena di glamour, e quindi si parla solo di una vita sociale felice e spensierata dove tra cocktail e djset si sviluppano nuovi prodotti. Purtroppo la realtà è un altra, come ben sanno i free lance  dell'industria creativa.

Intuisce però che la dimensione culturale della città si sviluppa in un economia informale. E quindi le politiche culturali difficilmente riescono a intercettare e selezionare l’innovazione. Insomma, non si può immaginare di costruire una scena.  Lei consiglia quindi di dirottare parte degli investimenti verso leve che possano garantire le condizioni per il fiorire di scene culturali, dove l’innovazione si produca spontaneamanete. Affitti controllati, vita notturna, eventi mediatici che favoriscano networking. Discorso complesso, su cui ritornare, e magari capire come si possa confrontare con il caso italiano.

L/M                                    


CATEGORIE: Creatività, Recensioni
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